04 Aprile 2006

.:REQUIEM FOR A DREAM:.

Ci sono volte in cui credi di aver afferrato qualcosa, di aver capito. Ti basta il freddo delle 4 di notte che entra dalla finestra, finestra aperta su Roma che sembra dormire carica di rabbia. Tocco la mascella e sento che a destra fa male, non molto, è solo indolenzita e mi fa sorridere sapere che ora mi avrebbe potuto far molto più male se solo non avessi pensato, se solo non avessi evitato lo scontro. Ma l’ho fatto; non ho avuto paura, o almeno non ne ho avuta troppa. Ero vigile anche se intorno non vedevo nulla, concentrato solo sui suoi occhi, per capire quanto volesse andare infondo quello che fino a pochi giorni sembrava un ragazzo con la testa sulle spalle, mani forti per lavorare, schiena di granito per attutire una vita zingara. Una testata andata a vuoto mi ha aiutato a capire quanto rischiavo, una manata sul volto non ha fatto altro che rafforzare le mie preoccupazioni, ma avrei preferito farmi male che indietreggiare di un solo millimetro. Non avevo fatto nulla di male non mi sarei arreso.Venti minuti dopo mani si stringono forte fra loro, mi chiede scusa, sua moglie ha avuto minacce di aborto, lui è stressato, lui non voleva andare oltre, lui vuole bere qualcosa con me per scusarsi, lui cercava qualcuno da punire perché non è mai facile trovare da mangiare quando a 21 anni hai due figli, uno dei quali non sai se verrà al mondo, ma già ti preoccupa. Trattengo le lacrime, perché c’è da lavorare, sorrido come meglio posso, da lui non me lo sarei mai aspettato; taglio un bel po’ di rami, poi passo alla potatura dei cespugli vicino al cancello dell’entrata il sole batte sulla schiena e lavorare ,per una volta tanto, mi rende felice. Penso a quando tornerò a casa, a mamma col mal di schiena che stoica avrà già apparecchiato la tavola, Ilaria quanto è bella , quanto è tenera, quanto è mia sorella bella che balla. Mangio e penso che non c’è posto come casa, come diceva una bambina in qualche mieloso film, penso a che culo ho nell’avere un tetto sulla testa dle cazzo che mi ritrovo, poi sento lei, le nostre voci rese intirizzite da 637 maledetti chilometri di distanza. Non ci mettiamo poi molto a discutere, la amo come solo si può amare la rilassatezza d’animo che prende il corpo tutto dopo tanto sesso forte e dolce , ma non serve a nulla, non serve a evitare di farmi staccare il filo del telefono con un morso, gettare la cornetta al muro e sentire il cric crac della plastica da due soldi. Ho perso. Per l’ennesima volta. Sono un uomo di merda. Loro non meritano un coglione che spacca le cose. Loro meritano un coglione che le fa ridere, un coglione che imita voci e che le riempie di attenzioni. Finalmente piango. Stanchissimo voglio stare solo. Non voglio più nessuno a 637 chilometri di distanza.ti amo. E dopo non riesco a dormire ed esco all’una di notte e facico una di quelle cose che non vanno fatte altrimenti gesù piange. Mentre torno a casa l’umidità e il freddo spaccano le mani, sembra inverno e solo una canzone triste mi fa compagnia.

“amore fra cinque anni dove andrò? e tu chi sarai e chi saremo?...cos’è che ci rende prigionieri?”

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